I MITI POLITICI: Il mito dell’Autonomia


La lotta politica che si scatena in Sicilia tra il 1943 (anno dello sbarco Alleato nell’Isola) ed il 1947 (anno in cui riapre il Parlamento siciliano chiuso dal 1849) vede come forze protagoniste da un lato il Movimento Indipendentista Siciliano e dall’altro i partiti antifascisti.

Di solito, quando si pensa al MIS, la mente corre subito agli aspetti più oscuri della vicenda politica del partito indipendentista: il banditismo, la quarantanovesima stella americana, i rapporti con la mafia e con i latifondisti.

Si dimentica, però, che il MIS fu il più forte partito siciliano del tempo, sostenuto da una massa di oltre 480.000 aderenti; tra essi vi erano pure esponenti del mondo culturale isolano come lo storico Tomeucci, il matematico Calapso, lo storico dell’arte Bòttari, il grecista Milio. Si dimentica che nel partito era operante una forte componente progressista, popolare, che anticipa quella forma di socialismo mediterraneo germogliato poi in Egitto, in Siria, in Iraq, in Libia e caratterizzato da due elementi particolari: è un socialismo nazionale, che guarda alla nazione; è un socialismo liberale, che rinuncia alla lotta di classe e che persegue un sistema di economia sociale fondato sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Si dimentica che Andrea Finocchiaro Aprile, leader del partito, teorizzava la separazione politica della Sicilia dallo Stato italiano; ma una volta traguardata l’indipendenza, Finocchiaro Aprile auspicava la federazione dello Stato siciliano con lo Stato italiano.

Finocchiaro Aprile, insomma, metteva in discussione il vecchio Stato centralista e proponeva, in alternativa, la creazione di uno Stato italiano federalista. Non a caso egli ebbe contatti operativi con il Partito Repubblicano Italiano guidato da Randolfo Pacciardi, sintonizzato sulla lunghezza d’onda del federalismo, e con i movimenti autonomisti formatisi in quel periodo in Valle D’Aosta e in Sardegna.

Anche il Movimento Indipendentista Siciliano impostava la propria azione sulla base del mito della nazione siciliana e sosteneva l’idea che una Sicilia indipendente e federata con lo Stato italiano avrebbe guadagnato in prosperità, in ricchezza e in libertà. A questa tesi dell’autosufficienza economica siciliana, i partiti antifascisti, con Aldisio, La Loggia, Li Causi e Alessi, contrapponevano la tesi della minorità economica dell’Isola che non avrebbe potuto fare a meno dei finanziamenti nazionali e delle sovvenzioni dello Stato.

Cominciano da qui quelle contraddizioni ancora presenti nella Sicilia di oggi che ha visto evolvere l’autonomia ma che contemporaneamente ha assistito alla espansione dell’ingombrante potere mafioso e al radicamento della malapianta assistenzialista; che ha visto crescere faticosamente i consumi ma che nello stesso tempo ha assistito alla progressiva diminuzione della produzione e dell’occupazione.

Il fatto è che l’autonomia regionale dell’isola venne decretata per motivi tattici e non strategici: spegnere la fiammata indipendentista in Sicilia; mettere sotto silenzio l’ipotesi di uno Stato federale italiano. Che lo Statuto siciliano prima, e che l’ordinamento regionale dello Stato poi, siano stati utilizzati come armi politiche piutosto che come vere e reali ipotesi culturali e storiche di rinnovamento e di modernità, è dimostrato dai seguenti fatti.

Quando la Consulta regionale approvò, nel dicembre 1945, lo Statuto siciliano, comunisti e socialisti votarono contro perchè vedevano che l’autonomia avrebbe favorito elettoralmente e politicamente la Democrazia Cristiana.

Questo voto contro l’autonomia delle sinistre siciliane (ad eccezione del deputato comunista Giuseppe Montalbano), di fronte alla storia, ha la colpa morale di avere indebolito l’autonomia siciliana nel momento in cui essa nasceva ed era già preda di quelle forze oscure che avevano sequestrato l’Isola dopo lo sbarco Alleato e che ben presto la stritoleranno nei suoi interessi popolari e generali e nel bene comune.

Quando la Costituente, nel 1947, approvò l’ordinamento regionale dello Stato, le sinistre (prima antiregionaliste) votarono invece a favore. Perchè questo cambiamento d’opinione? Perchè nel frattempo le sinistre erano avanzate nelle elezioni amministrative del 1946 e nelle elezioni regionali siciliane del 1947 e cominciarono a guardare con interesse a quelle che sarebbero poi diventate le “regioni rosse”, per mantenere quote di potere in una situazione che preannunciava l’esito perdente delle elezioni del 1948.

Di converso la Democrazia Cristiana, impaurita del fenomeno delle “regioni rosse” dopo avere votato a favore del regionalismo impedì che le regioni divenissero operative fino al 1970, vale a dire fino a quando la DC non fu sicura di superare indenne il periodo del centrosinistra in Italia.

Da queste vicende si può ipotizzare con fondatezza che il problema delle autonomie regionali e quello dell’autonomia siciliana, non si ponevano per soddisfare una esigenza di autogoverno – presupposto di un’autentica democrazia – ma piuttosto perchè i partiti intendevano finalizzare l’autonomia all’esercizio del potere. Non a caso lo Stato centrale ha mantenuto in tutti questi anni verso la Sicilia una situazione di latente conflittualità ostacolando, quando possibile, la stessa autonomia politica dell’Isola ed esercitando, attraverso i partiti nazionali, una tutela politica dell’isola contro cui i siciliani poche volte si ribellarono perchè negli anni della “Guerra Fredda”, ogni volta che la Sicilia tentò di far valere la propria autonomia, subito comparve lo spettro del separatismo come elemento mafioso, banditesco, criminale.

Questo problema politico è ancora oggi irrisolto; e alla luce di tutto questo possiamo pure convenire con Leonardo Sciascia il quale ha lasciato scritto che l’autonomia siciliana si è rivelata un’occasione perduta. Resta tuttavia il valore simbolico, mitico, di potenza ideologica dell’autonomia siciliana. Una potenza ideologica che non si è ancora espressa in tutta la sua forza e che ancora attende un movimento politico capace di costruire attorno ai miti politici siciliani un programma politico di libertà capace di dare finalmente un destino al popolo siciliano.

E se fosse precisamente questo il compito di Forza del Sud?

BIBLIOGRAFIA

Michelangelo Ingrassia, Dallo sbarco allo Statuto: un periodo della storia siciliana nella bibliografia dell’ultimo novecento, Rassegna Siciliana di Storia e Cultura, anno XI-XII, n. 30, 2007-2008.

Michelangelo Ingrassia, Andrea Finocchiaro Aprile: oltre l’Autonomia, in AA. VV., Federalisti siciliani fra XIX e XX secolo, Assemblea Regionale Siciliana – Intergruppo federalista europeo, Palermo 2000.

Michelangelo Ingrassia, La sconfitta dell’autonomismo e la mancata integrazione nazionale, Rassegna Siciliana di storia e cultura, anno IV, n. 9, 2000.

M. Ingrassia, Carlo Cattaneo e la Sicilia, in AA.VV.,La Sicilia nell’unità d’Italia,Bonanno Editore, Acireale-Roma 2011, pp. 129-137

Michelangelo Ingrassia, Forze, movimenti e tendenze nella Sicilia del secondo dopoguerra, Sicilia Tempo, n. 454, febbraio 2008

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Categoria: Cultura & Religione

Comments (3)

 

  1. Adriana scrive:

    Grazie Michelangelo……………..

  2. Michelangelo Ingrassia scrive:

    Carissima Adriana, la storia di ieri è quella di oggi: l’eterna lotta per la libertà dei siciliani dal bisogno. Solo dalla cultura, però, nasce una grande politica. Abbiamo bisogno di formare un esercito di liberazione con la sua gerarchia, le sue forze e le sue idee; che sappia interpretare le esigenze del sud che sono economiche e sociali ma, prima di tutto, storiche perchè la storia del passato le ha negate: In questo senso, viene legittimato nella battaglia per scrivere una nuova storia, chi sa interpretare questa esigenza storica e dunque vitale di libertà e giustizia. Se noi siamo diversi dai tanti lombarducoli che si aggirano nell’Isola è perchè interpretiamo questa esigenza. E se nel giovane disoccupato, nell’imprenditore in difficoltà, nella donna costretta ad andare via per lo stipendio, nel precario riusciamo a risvegliare – con il ricordo della storia – il passato rioluzionario dei nostri antenati li avremo spronati a combattere e a impegnarsi, avremo sconfitto la rassegnazione, battuto l’astensionismo. La grandiosa rivoluzione del sette e mezzo (Palermo 1866) venne spenta con i bombardamenti dell’esercito regolare per assenza di un progetto politico e culturale alternativo al potere costituito liberista e centralista. Abbiamo bisogno di idee se vogliamo rivoluzionare le cose, altrimenti saremo capaci di vincere qualche elezione ma avremo perso ancora una volta una straordinaria occasione storica.

  3. Adriana scrive:

    A cosa serve pensare alla storia ai tempi trascorsi, sappiamo benissimo, che prima si viveva in questo paese, chi ha sbagliato sappiamo benissimo che ha fatto un buco enorme,all’ economia del sud, Michelangelo, oggi dobbiamo parlare soltanto di oggi e cercare di togliere quello che fu, dalla storia del nostro Sud e lavorare tanto per riprendere le vere situazioni che colpiscono la Sicilia ed il Sud, il lavoro…..aiutiamo tanto i clandestini,ma c’è gente nostra che la mattina da pane ed acqua ai loro figli,riflettiamo che il passato è passato,ma chi ha distrutto il bene che c’era nelle nostre terre non lo pensa , ma sta a depravare tutto il suo circondario. Sai quante donne siamo costrette ad andare via per avere uno stipendio, oggi parliamo della nuova categoria politica, dove io mi rispecchio molto con i miei pensieri, ma prima di tutto creiamo le basi,quelli di formare lavoro per chi non sa più come andare avanti.

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