I MITI POLITICI : Il mito della Sicilia nazione

Nella storia della Sicilia l’autonomia si manifesta innanzitutto attraverso il mito della Sicilia nazione. Il mito della nazione siciliana affonda le radici nella storia della Sicilia antica. Lo storico greco Tucidide, per esempio, nella sua Storia della guerra del Peloponneso combattuta tra Atene e Sparta, racconta ad un certo punto di quando Ermocrate, rappresentante di Siracusa al congresso delle città siceliote tenutosi a Gela durante la guerra, ebbe a proclamare che “noi non siamo nè Joni nè Dori, ma siciliani”.

Questa dichiarazione è la traccia di un popolo autonomamente costituito che già allora adoperava un simbolo unitario, quello della testa della Gorgone: il mostro mitologico che faceva diventare di pietra i propri avversari.

Tutta la letteratura storica e politica siciliana settecentesca e ottocentesca si fa interprete del mito della nazione siciliana. Paolo Balsamo, nella sua Istoria moderna del Regno di Sicilia, parla ripetutamente di “nazione siciliana“.

Nicolò Palmeri, nel suo Saggio storico e politico sulla costituzione del Regno di Sicilia, afferma che la nazione siciliana vive ed opera nel corso dei secoli. E Rosario Gregorio, nelle sue Considerazioni sopra la storia di Sicilia, scrive che la nazione siciliana nacque già all’epoca della conquista romana. Michele Amari, nel suo Catechismo politico siciliano, insiste sulla individualità storica della nazione siciliana.

I maggiori intellettuali siciliani del Settecento e dell’Ottocento, ripercorrendo la plurimillenaria storia della Sicilia segnata dalle antiche rivolte antiromane narrate da Diodoro Siculo e dalle rivolte antifrancesi e antispagnole raccontate dall’Amari, affermavano che la Sicilia era una nazione e che perciò, come nazione, essa aveva diritto all’autonomia.

Il mito della nazione siciliana, irrorato dal sangue versato dal popolo in rivolta per la libertà e la giustizia sociale, veniva giustificato con l’unità territoriale, con l’unità etnica, con l’unità di tradizione storico-politica e con l’unità linguistica che si esprimeva nella lingua siciliana. Queste diverse forme di unità che componevano la nazione siciliana, consacrate dal sacrificio del popolo in lotta, trovavano una legittimazione politica nel fatto che la Sicilia, per oltre sette secoli, era stata governata dalle stesse leggi e dal medesimo parlamento; e queste leggi e questo parlamento continuarono ad esistere anche nelle avverse condizioni imposte dalle secolari dominazioni straniere.

In questa continuità politica è il sigillo storico del mito della Sicilia Nazione.

Del resto, guardando alla storia siciliana, è facile constatare che la Sicilia, con la sola eccezione del periodo 1861-1943, ha sempre avuto un ordinamento legislativo o amministrativo proprio.

In età moderna si succedono il periodo del Regnum Siciliae in cui la Sicilia è uno Stato politicamente e giuridicamente indipendente governato da una monarchia propria (periodo svevo-normanno), e il periodo del Viceregno in cui la Sicilia, pur essendo legata ad altri Stati in una sorta di unione reale, mantiene il proprio carattere di entità statuale a se stante, con le strutture istituzionali interne immutate.

La Sicilia torna ad essere politicamente indipendente in età napoleonica. E’ questo il periodo della Costituzione del 1812, in cui la Sicilia è politicamente separata – dopo quattro secoli di Viceregno – dal Regno di Napoli, occupato dalle truppe francesi di Gioacchino Murat.

La Costituzione del 1812 - importante perchè contemplava il principio della separazione dei poteri - fu abolita nel 1816 con la proclamazione del Regno delle Due Sicilie che assorbì in sè i due precedenti organismi statuali fino ad allora sempre distinti tra loro. Sotto i Borbone, la Sicilia ebbe riconosciuta una limitata forma di decentramento amministrativo attraverso l’istituto della Luogotenenza. Ma intellettuali siciliani come Giovanni Aceto Cattani teorizzavano la trasformazione del Regno delle Due Sicilie in uno Stato autenticamente federale. L’opposizione della monarchia napoletana risvegliò lo spirito indipendentistico del popolo siciliano.

La lotta dei siciliani contro il governo borbonico fu principalmente lotta per l’indipendenza, lotta per il ritorno allo status quo ante, ovvero per restituire alla Sicilia la sua qualità di regno costituzionale indipendente ed il suo antico Parlamento nelle forme votate nel 1812. Episodi fondamentali di questa lotta antiborbonica furono le rivoluzioni indipendentiste del 1820 e del 1848.

Se queste due rivoluzioni furono indipendentiste, quella del 1860 fu invece squisitamente autonomista. All’origine di questa mutazione genetica c’è l’idea del federalismo che attraversa il processo risorgimentale da Milano a Palermo nel cosiddetto “decennio di preparazione“.

Il federalismo seduce l’intellettualità siciliana che – con Gioacchino Ventura, Francesco Ferrara, Francesco Perez - si convince che favorendo il processo di unificazione italiana è possibile traguardare l’obiettivo di uno Stato federale che avrebbe consentito alla Sicilia di diventare uno Stato autonomo nell’ambito del Regno d’Italia. Del resto lo stesso Cavour, il 2 aprile 1860, alla vigilia della spedizione dei Mille e all’indomani del plebiscito toscano, aveva delineato la necessità di trovare una formula che conciliasse “unità politica nazionale” e “libertà amministrativa regionale“. Tutto questo incoraggia i siciliani a sostituire l’indipendentismo con l’autonomismo, e riaccende le speranze federaliste in Carlo Cattaneo che subito entra in contatto con Francesco Crispi e si reca a Napoli nel settembre 1860 nel vano tentativo di influire sul corso degli avvenimenti.

Le cose, però, andarono diversamente perchè Cavour, in realtà, favorevole ad un sistema di decentramento amministrativo, era contrario al federalismo; di conseguenza egli archivò per non luogo a procedere la famosa relazione del Consiglio Straordinario di Stato, appositamente istituito in Sicilia nel 1860, che prevedeva una larga autonomia per la Sicilia.

Da allora in poi, in Sicilia, continuò a fermentare l’ideale dell’autonomia sotto forma regionalistica, sotto forma federalistica, sotto forma indipendentistica. La lotta autonomistica diventò lotta contro il “piemontesismo” e contro il centralismo. La fermentazione si concluse nel 1943, quando lo Stato centralista proclamato a Torino il 17 marzo 1861 fu spazzato via dalla tempesta d’acciaio della seconda guerra mondiale che, con lo sbarco in Sicilia, determinò la caduta del fascismo il 25 luglio e la fine dello Stato l’8 settembre.

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Categoria: Cultura & Religione

Comments (1)

 

  1. tiziana iannotta scrive:

    i moti del 1820 nacquero anche perché i Siciliani si adirarono perché il Re aveva spostato la sede da Palermo a Napoli, che riteneva più centrale rispetto alle rotte commerciali. Ergo, questa demin utio, provocò una ribellione popolare, spirito di ribellione ìnsito nell’orgoglioso popolo di Sicilia, fin da quando il siro Euno diede origine alla seconda rivolta degli schiavi contro Roma, che originò dal quartiere dei Fondrisi (funnurisi) a Henna. Addirittura a Troina, durante il Medioevo, fu proclamato un Re autoctono. Questo spirito indomito, orgoglioso, ha sempre caratterizzato i popoli di sicilia: le comunità sicane, sicule, liguri, calcidesi,arabe, fenicie, fino ad arrivare a quelle albanesi, franco galliche, normanne, nelle loro peculiarità di lingue e culture confluirono in quello straordinario crogiuolo ,che è la Sicilia, unica Nazione al mondo, così ricca di caratteristiche antropologiche straordinarie, che si esplicano in ricette, profumi, manufatti, coltivazioni, arte, folclore, in una parola: genio siciliano. Ben l’aveva capito il Cavour, che, dopo aver saccheggiato le casse del Sud per ripianare i debiti dello Stato Piemontese, non volle dare l’autonomia totale alla Sicilia: avrebbe perduto la gallina dalle uova d’oro!!! Ma non dimentichiamo che la Sicilia è sede di Alta Corte e che , comunque, nonostante i ripetuti saccheggi ed anche, ad onor del vero, alla miope insipienza di molti nostri governanti che si sono venduti la primogenitura per un piatto di lenticchie, come l’arabe fenice è capace di risorgere dalle proprie ceneri. Del resto, il simbolo della Trinacria è esplicativo: la Testa della Gorgone, che impietrisce i nemici, le ali dell’eternità ed i serpenti (la testa delle Gorgone è ofiocrinita, le spighe vennero aggiunte dai Romani per indicare il “granaio di Roma”) ad indicare la sapienza. Il M.I.S., poi, la mise al centro di una bandiera arancione che divenne il suo vessillo.

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